Lo spettacolo delle orche al Sea World: tra il divertimento e il monito di Blackfish

le mie bestie, SCHIROPENSIERO, Texas e Bahamas 2016-2017, VIAGGI , , , ,

… Davanti al Sea World ho trovato un’area di parcheggio sterminata (…).Tre donne bionde con gli occhiali mi hanno mostrato un cartello che mi chiedeva se è bello davvero vedere gli animali in catti­vità. Non ho trovato una risposta e ho tirato dritto.  Mi è venuto in mente che non è molto bello nemmeno vedere gli essere umani patire la fame (…) C’era un tricheco che sembrava un attore consumato. Però aveva i dentoni segati e questo mi ha fatto un po’ dispiacere (…) Ho puntato diritto verso l’arena in cui si svolgeva lo spettacolo delle orche. Il giorno prima un’orca era morta scontrandosi a tutta velocità con un altro cetaceo. Un ragazzo biondo coi baffi ha detto che tutto il personale del parco era  terribilmente dispiaciuto, ma che lo spettacolo continuava, doveva continuare. Le orche hanno sguazzato per mezz’ora buona, ingozzandosi di pescetti (…)  Le orche hanno schizzato acqua da tutte le parti, poi lo spettacolo è finito nel delirio generale per l’apparizione di Shamu, un piccolo che aveva pochi giorni di vita e già un duecento chili di peso. Ho passato le ultime due ore che avevo a disposizione a vagare di foca in delfino in fenicottero…

Sono sempre io. Il brano sopra è tratto dal mio romanzo Non vuol dire dimenticare (approfitto per dirvi che lo si può acquistare in formato e-book su Amazon). Mi  riferisco alla prima volta che entrai a Sea World: era l’agosto del 1989 e parlo del parco di San Diego (California), che poi ho visitato ancora nel 1991 e nel 2006. Ho al mio attivo anche il parco di Orlando (Florida; visitato nel 1994 e nel 2000).
Ammetto che a Sea World mi sono sempre divertito moltissimo. Sono un animalista atipico, lo so, e su questo sito avevo già scritto un articolo (nostalgico, ma sentito) di apprezzamento per lo zoo (oggi Bioparco) di Roma, che è il posto dove da bambino ho iniziato a osservare (e amare) gli animali.

In centro a San Antonio mi avvicino al banchetto del PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) e ci resto subito male. Un volantino mi informa del fatto che “la marea sta girando ed è contraria al Sea World” e che il PETA ha creato un sito internet per denunciare le malefatte di Sea World (che per loro è un abusement park). Il  PETA è da sempre critico con il trattamento delle orche e i volontari mi informano che al Sea World ne sono morte 37 (tra cui Unna, una femmina di 18 anni, a San Antonio nel 2015). Oltretutto, il maggior predatore dell’Oceano ha in natura un’aspettativa di vita di 40 anni e in cattività sopravvive mediamente 15 anni. Se ho visto Blackfish? No, non l’ho visto.

Blackfish è un documentario del 2013 di Gabriela Cowpterthwaite, che ha contribuito alla sceneggiatura assieme a Eli Despress (che ha curato anche il montaggio) e al giornalista di National Geographic Tim Zimmerman.  Narra la storia di Tilikum, un maschio di orca catturato nel 1983 in Islanda (dal 1976 gli Stati Uniti hanno vietato la cattura delle orche nello Stato di Washington e in Alaska), rimasto per qualche tempo in uno zoo-acquario di Reykjavik e poi spedito in Canada a esibirsi. Nel 1991 Tilikum uccise la trainer Keitie Byrne, che era caduta casualmente in acqua. Acquistarlo per il Sea World si rivelò un eccellente affare dal punto di vista economico: Tilikum è un bestione di 6 tonnellate e un maschio molto fertile, tanto che si stima che sia il padre biologico di oltre il 50% delle orche di proprietà dell’azienda che gestisce i parchi marini. Ma il problema è che si tratta di un animale pericoloso. A causa sua sono morti altri 2 addestratori: Daniel P. Dukes (1999) e Dawn Brancheu (2010). Quest’ultimo, tragico episodio ha avuto molta risonanza mediatica, anche perché la scena è stata ripresa da una video camera amatoriale: Tilikum ha afferrato la Brancheu, le ha staccato parte di un braccio e dello scalpo (ingoiandoli) e l’ha tenuta sott’acqua finché la donna non è annegata.  La morte di Dawn Brancheu è al centro di Blackfish, di cui potete vedere sotto un riassunto. Si parla anche della cattura di Tilikum.

Durante il documentario vengono intervistati gli ex addestratori Sea World John Hargrove (che ha raccontato la sua versione nel libro Beneath the Surface e successivamente è stato esposto al pubblico ludibrio a causa di un video durante il quale, palesemente alticcio, usa l’espressione razzista nigger per definire i neri), Samantha Berg, Mark Simmons e Dean Gomersall.
L’orca (orcinus orca) è stata dipinta come un animale sanguinario dal film L’orca assassina del 1977 (prodotto da Dino De Laurentis, il film era parzialmente ispirato al romanzo omonimo di Athur Herzog, anche se prevalentemente indotto dal successo de Lo Squalo di Spielberg…) ed era stato diretto da Michael Anderson) e in Inglese il suo nome popolare è ancora Killer Whale (letteralmente, balena assassina). In realtà, l’orca è più simile a un delfino (cetacei odontoceti, ovvero provvisti di denti). E’ innegabilmente un predatore al vertice della catena alimentare, sfrontato al punto di attaccare lo squalo bianco e il capodoglio. Eppure, gli unici attacchi all’uomo vedono responsabili orche in cattività, a parte un misterioso episodio avvenuto in mare aperto nel 1972.

L’Ufficio Stampa di Sea World ha definito il documentario “disonesto in modo vergognoso”, ma questo non è bastato per evitare che fosse danneggiata in modo forse irreparabile la popolarità dei parchi. Nel solo 2014 Sea World ha perso le sponsorizzazioni di Taco Bell e Southwest Airlines, ha visto il leggendario musicista Country Willie Nelson cancellare un concerto e la vendita dei biglietti è calata in maniera drastica.
Parlando di orche, il sito ufficiale sostiene che Sea World ha creato un ambiente scientifico per studiarle (in effetti, la scienza non conosce ancora moltissimo su questi animali) che sarebbe impossibile replicare in natura e che l’azienda investe 10 milioni all’anno in ricerca su questi cetacei.
Sul sito MotherJones la giornalista Tasneem Raja punzecchia Sea World sul fatto che 10 milioni sono nulla, rispetto al budget da 1.4 miliardi dei parchi e sostiene che ci sono scienziati convinti del fatto che Sea World non aggiunga nulla alla conoscenza che si ha delle orche. Oltretutto, la gran parte degli studi pubblicati dai ricercatori di Sea World sulle orche non riguarda cetacei in cattività e, se si vuol essere davvero precisi, viene dallo Hubbs SeaWorld Research Institute, un non profit con un budget di 5 milioni all’anno, di cui appena il 10% è coperto da Blackstone Group, proprietaria dei parchi Sea World.

Dopo che lo Stato della California ha minacciato di rendere illegale la detenzione delle orche in cattività, Sea World ha deciso che con il 2017 sospenderà gli spettacoli delle orche a San Diego e che il 2019 sarà l’ultimo anno di spettacoli a San Antonio. Ha detto pubblicamente il Presidente Joel Mandy: “Stiamo studiando una maniera nuova per permettere ai visitatori di incontrare questi splendidi animali”.
Mandy parla del programma Killer Whales up Close.
Sea World ha deciso anche di interrompere il programma di riproduzione in cattività delle orche, che avveniva esclusivamente grazie alla fecondazione artificiale.

Le orche che si esibiscono a San Antonio sono tutte nate in cattività: Kyuquot, Takara (1991), Tuar (1999), Sakari (2010) e Kamea (2013). 
Mentre osservo Kyuquot (foto di copertina) salire su una piattaforma e mettersi sostanzialmente in posa, noto che la sua pinna dorsale è collassata. Riprendo allora in mano il volantino del PETA e leggo che uno dei primi segnali di stress di Tilikum era proprio la pinna dorsale piegata. Noto anche che nessuno dei trainer entra in acqua con le orche, mentre nel primo spettacolo che ho visto a San Diego i trainer si facevano addirittura portare in giro per la vasca dal cetaceo. Ora il giochino si limitano a farlo con gli innocui beluga (delphinapterus leuca).
Il video sotto è un mio montaggio dello spettacolo delle orche a San Antonio.

Rifletto: non c’è niente da fare, vedere le orche e i delfini compiere balzi prodigiosi mantiene il suo fascino. Ma mentre il delfino comune è un esibizionista nato, che ama compiere acrobazie ogni volta che si imbatte nell’uomo, per addestrare l’orca è sicuramente necessario sottoporla a privazioni sul fronte del cibo. E la cosa è giustamente intollerabile.
Resto comunque dell’idea che ho espresso diverse volte: acquari e zoo aiutano bambini e adulti ad avvicinarsi agli animali e a farglieli rispettare. Non vanno demonizzati.

Al Sea World vado naturalmente anche per vedere da vicino i miei amati squali. Ma la vasca di questi predatori che ho trovato a San Antonio è stata estremamente deludente: ci nuotavano solo lo squalo tigre della sabbia (tanto minaccioso quanto inoffensivo), lo squalo pinna nera di scogliera e lo squalo nutrice. In immersione ho visto (e vedrò; ne riparliamo tra qualche capitolo) ben altro.
Chiudo la giornata a Sea World con una strana sensazione, sarà per il fatto che la temperatura è calata di 15 gradi rispetto al giorno prima. O forse perché è evidente che questa struttura ha conosciuto giorni migliori. L’orario di apertura è stato spostato alle 13 e Sea World si sta trasformando rapidamente in parco a tema; sono sempre più gli ottovolanti a garantire il momento adrenalinico e saranno sempre meno gli incontri con gli animali. E il biglietto d’ingresso è arrivato a 68 dollari, con offerte imperdibili per chi intende tornare (il pass per un anno ne costa 105).

Tilikum è morto a Orlando a inizio anno. Da tempo era stato ritirato dagli spettacoli. A marzo del 2016 gli era stata diagnosticata una infezione polmonare dalla quale sembrava essersi ripreso. Aveva 36 anni

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2 thoughts on “Lo spettacolo delle orche al Sea World: tra il divertimento e il monito di Blackfish

  1. Grazie. No, questi racconti nascono per questo sito. Oltretutto, da quando è stata rilevata da Cairo Editore non credo che Airone sia interessata a questo genere di tematiche

  2. Buonasera, Le faccio i complimenti per i racconti. Descrive molto ma molto bene. Lavora forse per la rivista Airone?

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