“I versi satanici” come compagno di viaggio

Brasile 2014-2015, LETTERATURA, RELIGIONE, SCHIROPENSIERO, VIAGGI

Quando il 15 dicembre sono partito per il Brasile stavo rileggendo I versi satanici di Salman Rushdie. E’ un libro famosissimo, che da ragazzo avevo trovato ostico e noioso. L’ho ripreso a leggere perchè mi serviva per un progetto di revisione di un altro mio testo, ma è successo che la seconda lettura (del testo originale in Inglese) mi ha dato tantissimo. Solo in apparenza ritarda l’inizio del resoconto vero e proprio del viaggio. Diciamo meglio: descrive la parte del viaggio che ho fatto solo con la mente.

Salman Rushdie
Salman Rushdie

Mi ricordo bene: il mio primo commento alla lettura de I versi Satanici era stato: “Ci credo, che Rushdie l’han condannato a morte. E’ un libro assurdo”.
Per la verità, non la pensavo proprio così. Anzi, la prima parte del libro mi era piaciuta tantissimo. C’erano questi 2, Gibreel (un attore di Bollywood specializzato nei cosiddetti theological, film a sfondo religioso) e Saladin (un indiano emigrato in Inghilterra e che cerca di trasformarsi in Inglese a tutti i costi, al punto da chiamare wogs i suoi connazionali), che si conoscevano sì e no e che rimanevano coinvolti assieme in un incidente aereo provocato da un gruppo di terroristi islamici. Nel 1988, quando Rushdie scrisse il libro, si trattava quasi di fantapolitica: gli inglesi erano più terrorizzati dalle decisioni del Governo Thatcher, che dai potenziali terroristi. Ma a rileggere oggi quelle pagine, vengono i brividi, tanto sono profetiche.
Torniamo alla mia lettura. Erano i primi anni ’90 e io ero un quasi trentenne che rispondeva in pieno alla descrizione dei quasi trentenni di allora: indignati dopo Tangentopoli, pronti a prendere in mano la situazione, convinti di essere destinati a fare una rivoluzione culturale. Nel mio cervello, insomma, lasciavo poco spazio alle cose non terrene. Rushdie proprio non lo seguivo, quando mi raccontava del sogno, dell’uomo d’affari Mahound, della città di Jahilyya, dell’età del peccato (che sarebbe il periodo pre Islam). Così alla prima lettura ho quasi saltato la parte del libro che rappresenta la pietra dello scandalo e il motivo della condanna a morte (fatwa) inflitta dagli Ayatollah allo scrittore. Ma non potevo riuscire a capire: non avevo idea di cosa fosse il Corano, di cosa volesse dire essere musulmani. Non sapevo che Mahound fosse Maometto (ci sarei potuto forse arrivare…), che Jahilyya fosse La Mecca.
Fino a pochi mesi fa, ammetto la mia ignoranza, non sapevo nemmeno in che epoca fosse vissuto realmente Maometto.

Ripenso al me stesso dei primi anni ’90 e vedo una persona, che pure aveva fatto studi superiori e si riteneva colta, che non avrebbe mai potuto capire cosa Rushdie stava cercando di dire con il suo romanzo. Oggi il libro ha fatto talmente presa su di me che l’autore lo chiamo affettuosamente Salman. Trovo il romanzo fondamentale. Dico sul serio: I versi satanici è un libro che andrebbe riletto con attenzione, perchè ci può dare non pochi indizi su quel che sta succedendo oggi.
Salman a proposito di Maometto è abbastanza feroce. Lo descrive come un uomo d’affari che scrive le proprie rivelazioni profetiche senza rendersi conto che il poeta Baal gliele corregge. Il Maometto di Rushdie detta regole severissime che valgono per gli altri ma non per lui. I versi satanici che Maometto avrebbe pronunciato (uso il condizionale, perchè non tutte le versioni del Corano li riportano) sono il riconoscimento di 3 dee pagane pre islam (Allat, Uzza e Manat). C’è di mezzo Shaitan (il Diavolo; Rushdie dimostra di conoscere il delirante saggio di Defoe sull’esistenza del Demonio) o magari l’Arcangelo Gabriele, che ha sussurrato a Maometto all’orecchio sinistro, quello sbagliato. Se andate a prendere la sura del Corano, i versetti vi risulteranno abbastanza ostici. La descrizione dell’episodio fatta da Rushdie è invece irresistibile, intrisa di un’ironia ai limiti del molesto, quando fa dire ai suoi personaggi che un Dio generalista che pretende di fare tutto è poco convincente, meglio gli dei specializzati.

Secondo me, Salman non è mai blasfemo. Offre solo il suo punto di vista di intellettuale sulla Religione e, inevitabilmente, si chiede fino a che punto è divino un culto che ha subito secoli di manipolazione attraverso il pensiero degli uomini.
Non è nè il primo e non sarà l’ultimo a pensarla così, Rushdie. Un filosofo come Kant non ha mai fatto mistero di ritenere necessario dare per scontata l’esistenza di Dio, perchè provare a dimostrarla sarebbe pericoloso. E non è stato nemmeno il primo a usare parole pesanti per descrivere una credenza religiosa. Scrive ad esempio Dostoevskij ne L’Idiota: “Il Cattolicesimo è proprio una fede non cristiana (…) è persino peggio dell’ateismo, che si limita a predicare il nulla. Il Cattolicesimo va oltre: predica un Cristo contraffatto“.
Altri hanno venduto più libri di Rushdie costruendo il loro lavoro su episodi apocrifi, come ad esempio Dan Brown con Il Codice da Vinci.
Il fatto è che Salman fa centro. Ci dice che la spiritualità, per essere comunicata in modo efficace, deve usare il linguaggio giusto (più che dire le cose giuste…) in un memorabile ottavo capitolo, nel quale una ragazza convince oltre 100 persone ad attraversare il mare per recarsi a La Mecca dicendo di aver ricevuto la rivelazione dell’Arcangelo Gibreel al ritmo delle canzoni pop.
I versi satanici presenta tutta una serie di dualismi (a cominciare tra quello maestro, tra il bene e il male), tra i quali il più notevole è tra la realtà e la percezione della realtà, specie quella in cui ci fa comodo credere.

Rushdie è di origine indiana, quindi ha vissuto dando per scontate le guerre di religione ( hindu e musulmani convivono molto a fatica, nel Sub Continente). Noi ce le eravamo dimenticate, colpevolmente. Perchè a scuola studiamo il delirio delle Crociate e della Santa Inquisizione, ma evidentemente arriviamo a farcelo sembrare normale, prendiamo atto del fatto che un tal Martin Lutero a un certo punto ha detto che no, lui la Bibbia se la voleva leggere da solo. E temo che non ci insegnino abbastanza bene, quello che quell’atto clamoroso ha comportato nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo.
Non ci hanno evidentemente insegnato troppo bene nemmeno che i musulmani e gli ebrei credono nello stesso Dio in cui credono i cristiani. Quel che cambia, è il concetto di come Dio si è manifestato. E qui, siamo sicuri di poter contraddire Salman? Dico, sul fatto che entra poi in scena la manipolazione degli uomini.
Quel che predicava Gesù Cristo ci è stato riportato da testi scritti decine d’anni dopo la sua morte. Maometto, che è vissuto oltre 500 anni dopo Cristo, e al di là della finzione di Rushdie, non ha mai scritto nulla, visto che probabilmente era analfabeta. Quindi, chi ha messo nero su bianco il Corano, è partito da racconti orali.

Patrizia Martini
Patrizia Martini

Quella di Salman è una visione necessariamente laica. Ma che riconosce che l’uomo, specie in certi momenti del suo percorso terreno, ha bisogno di credere. In particolare, quando si avvicina la fine. Ne I versi satanici si legge che la morte arriva a farci capire che la vita non è un sogno.
Il 5 di gennaio a Recife, città costiera Capitale dello Stato brasiliano del Pernambuco, è stato così vero che non ho ancora assorbito in pieno il dolore. Con un messaggio sul telefonino mi è arrivata la notizia che una collega era morta. Io ero alla finestra da poco dopo l’alba, nella speranza di vedere gli squali sotto costa. Mi stavo preparando a scendere per colazione e sarei andato a visitare il centro storico della città. Cosa c’entrava la morte con tutto questo?
Patrizia Martini aveva 43 anni ed era una donna bella e piena di vita. Ammetto che ho pensato che Dio non doveva permettersi di portarla via. Che era un’ingiustizia troppo grande. Io sono credente, ma sono arrivato a chiedermi che bisogno c’è di un disegno superiore, se deve essere tanto crudele.
Nei 3 anni della malattia che poi l’ha condannata, Patrizia ha sofferto, il suo fisico è stato mutilato. Ma non ha mai smesso di sorridere. Mi porterò sempre nel cuore il suo ricordo e il suo insegnamento.

Ho deciso di ricordare Patrizia Martini qui e così perchè è troppo difficile pensare al fatto che lei avrebbe letto il mio resoconto di viaggio, mi avrebbe chiesto di vedere foto e immagini del Brasile. Ho voluto pensare a lei, prima di scrivere di quei giorni.
Gli articoli che seguono sono quindi dedicati alla sua memoria.

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