Vi racconto la mia esperienza alle World Series del 2009

BASEBALL, SPORT, VIAGGI, World Series 2009

Ricordo ancora quel pomeriggio dell’autunno del 2009. Di andare alle World Series si parla sempre, tutti gli anni. Poi c’è sempre un perchè per stare a casa. Ma in quel pomeriggio un perchè non lo trovavo. Certo, avrei potuto arrivare solo da gara 3, ma mi sarebbe mai più capitata un’occasione del genere?
La scelta l’ho fatta visitando il sito dell’Alitalia e verificando che avevo accumulato le miglia sufficienti per il biglietto premio. Ad un certo punto, la procedura si è interrotta. Ma a quel punto, non mi avrebbe fermato niente. Ho chiamato il servizio clienti, che mi ha confermato che il biglietto era mio e non capivano perchè la procedura si era interrotta.
Ero tutto sudato, quando ho comunicato a mia moglie che avevo acquistato il biglietto e ormai dovevo andare. Credo mi abbia detto qualcosa tipo “puzzone”.
Sabato 30 ottobre, sul volo per New York, circondato da gente super eccitata che doveva partecipare alla Maratona di New York e mi chiedeva se anch’io andavo per quello (ottimisti…), ho anche deciso che l’esperienza meritava di essere messa su carta. Non si sa mai.

I colori della Indian Summer a PhiladelphiaHo sempre creduto che la casa americana del mio amico Sal Varriale fosse a Brooklyn, invece si trova a Long Island. Più precisamente, in una cittadina chiamata Valley Stream. Qui siamo a New York, ma per modo di dire. Nel senso che per andare a Manhattan servono 2 treni. Più o meno, anche il tempo che ci vuole è quello, come da Parma andare ad Imola. O, viaggiando nell’altra direzione, a Pavia.
All’aeroporto ‘Kennedy’ Sal mi accoglie in maniche corte. Mi spiega che qui l’autunno si chiama Indian Summer, ma io sono moderatamente contento della mia giacca blu (omologata da trasferta internazionale), che ha le maniche lunghe. E ancora non ha ricevuto le pesanti (direi ingrate) critiche che le sono state riservate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011.
Sal mi presenta la nostra Toyota Corolla bianca a noleggio. Come si fa a girare in macchina per gli Stati Uniti con un’altra macchina? Mi ci ha convinto Rabbit Armstrong, l’indimenticabile personaggio di John Updike che, per l’appunto, in “Rabbit is rich” (romanzo premio Pulitzer degli anni ’80) le vendeva.
A casa ci accoglie il cognato Jerry, che è molto ospitale ma chiacchiera un po’ troppo, almeno per me che sono in pista dalle 6 della mattina e ho fatto un volo intercontinentale. Accetto una birra, che quando la bevo non haCitizens Bank Park a Philadelphia praticamente sapore. Però è fresca. Prendo alloggio nei miei appartamenti. Questo spedisce Sal nella stanza del nipote Bob, che a sua volta viene cacciato a casa della sorella. Quando lo incrociamo, dice: “Ma voi andate a Philly questa sera, giusto?”. E al no di suo padre e suo zio, se ne esce con un “Oh” che non ha precisamente il suono della contentezza.
Usciamo per andare ad un Mall, dove cerchiamo una non meglio identificata spazzola per grattarsi la testa quando si fa la doccia. Poi entriamo a mangiare in un self service cinese, dove si può mangiare di tutto per 13 dollari. E’ cinese sui generis, perchè propongono anche la pizza. Per fortuna, perchè se no mi sarebbe toccato mangiare veramente di tutto, ma non in riferimento alle quantità: zampe di crostaceo, pesce crudo, dolci dall’aspetto inquietante.
La mia prima lunga giornata americana ci mette un po’ a finire. Il divano su cui dormo non mi permette di trovare una posizione soddisfacente, perchè ho sempre un braccio che penzola all’esterno. Fino a che non ho la pensata geniale: metto una seggiola a fianco e ci appoggio sopra il braccio.
Sabato 31 ottobre è il giorno del viaggio a Philadelphia. Che è più vicina del previsto: basta attraversare il New Jersey, il Garden State, e sei già lì. Più che Garden, vicino a New York è uno Stato di ciminiere. Ma quando ci si avvicina alla meta, i colori sono veramente incredibili. Tante gradazioni di marrone come solo nelle descrizioni dell’autunno che ci sono sui libri delle elementari. Mi sento con il grembiulino nero e il fiocco blu e mi verrebbe voglia di mangiare un po’ di caldarroste.
Prenotare l’albergo ai margini della città di Philadelphia è abbastanza laborioso. L’hotel che ho prescelto (89 dollari a stanza e letto King size) ha un call center dal quale opera una signora dalla voce da anziana (Karen). Ma la figura del rincoglionito la faccio io, quando devo chiedere un attimo di pazienza perchè non mi ricordo il mio numero di telefono americano.
Siamo a Cherry Hill, ancora in New Jersey ma a 10 minuti da ‘Citizens Bank Park’, che non è downtown come pensavo io. E’ in una zona dove ci sono anche il palazzo dello sport e lo stadio da Football Americano. Oltre a gara 3 delle World Series, suonano questa sera i Pearl Jam e domani giocano gli Eagles di football contro i Giants di New York.
Per 12 dollari parcheggiamo la macchina (nel parcheggio ci sono tifosi che si sono ambientati tanto bene che hanno organizzato delle specie di verande con tanto di barbecue…’tail gating’, mi dicono, abitudine famosa nel football) e siamo a ritirare l’accredito prima che si aprano le porte dello stadio.
Inizialmente, la ragazza degli accrediti non mi trova. Poi però appare magicamente il suo capo John  Blundell (“So, you made it!”), mi fanno la foto e mi consegnano la tessera per entrare a tutte le partite di Phillie.
In un attimo sono seduto in sala stampa e collegato ad internet. Passa un Alex Rodriguez parla al termine di gara 3 delle World Seriesaltro attimo e sono in campo. Francisco Cervelli mi vede e viene a salutarmi: “Come stanno tutti?”. Lo abbraccio, ma mi sento come Pinocchio nel Paese dei Balocchi e non riesco a stare fermo. Vado avanti e indietro e incrocio C.C. Sabathia, uno dei pochi al mondo che mi fa sentire piccolo.
Per essere una festa, non dovrebbe piovere. Ma la regola della Indian Summer si vede che non vale in Pennsylvania.
Ne approfitto per scendere in mezzo ai tifosi e trovo il delirio. E’ Halloween e c’è gente che è venuta allo stadio mascherata. Quasi non si passa, tanta gente c’è in giro. Ma non c’è nessun segno di possibile scontro tra i tifosi.
Alle 21.17 la partita inizia. Gli addetti dei Phillies non sono tanto contenti (“This is bullshit” mi dice uno, che voleva la gara cancellata). Un paio d’ore dopo, con i Phillies in vantaggio 3-0, Alex Rodriguez batte durissimo. E’ un doppio, anzi, no: gli arbitri chiedono l’ausilio del replay. E’ la prima volta che succede alle World Series. Quando tornano, annunciano che è fuoricampo (“Avevo un piano: girare la mazza solo sugli strike”). E gli Yankees diventano una schiacciasassi: fanno fuoricampo anche Swisher e Matsui e la partita finisce 8-5.
Attorno alle 2 troviamo la maniera di infilarci al post game party, che è di un lusso clamoroso.

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1 thought on “Vi racconto la mia esperienza alle World Series del 2009

  1. bella quella di cc sabathia che ti fa sentire piccolo ;)))). prima o poi ci andrò anche io…….

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