Bill Holmberg visita un lanciatore della Nazionale

Il baseball italiano ha perso Bill Holmberg

Approfondimenti e curiosità, BASEBALL

Il 2002 rappresenta una delle cosiddette sliding doors nelle quali mi sono infilato. Si tratta dell’anno che mi ha cambiato la vita. Ho infatti iniziato a collaborare con la FIBS.

Avevo 39 anni e mi stavo avvicinando alla maturità professionale. Lavoravo a tempo pieno dal 1988 e avevo sempre visto gli uffici stampa come la mia controparte. La mia sliding door mi ha portato a vedere il mondo (del giornalismo) dalla prospettiva opposta.

La cosa più intrigante del mio nuovo lavoro in FIBS era seguire le nazionali di baseball. Avevo accompagnato un gruppo allargato della nazionale maggiore in Florida per un periodo di preparazione invernale e ad agosto ero stato assegnato come addetto stampa alla nazionale universitaria.

Il manager Giulio Montanini aveva radunato la squadra a Parma e lì aveva avuto notizia che il pitching coach assegnatogli dalla FIBS non ci avrebbe potuti seguire in Sicilia per il primo Mondiale Universitario.
“Incontrerete il nuovo pitching coach all’aeroporto di Bologna”, mi informò l’Ufficio Nazionali della Federazione.

“Piacere, Bill Holmberg” mi disse un uomo sorridente e che mi guardava dritto negli occhi. Ci misi un po’ a capire che si trattava del pitching coach in questione. Lui fece di meglio, visto che mi scambiò per un giocatore.

Sarà stato per il fatto che mi aveva abbassato l’età di non poco (la nazionale universitaria è under 27), ma quel tizio dalla voce musicale e dall’accento americano inconfondibile mi risultò immediatamente simpatico.

Da quel momento Bill Holmberg ha fatto parte della mia vita e io della sua. Come abbiamo fatto ad andare d’accordo fin da subito, è abbastanza un mistero. Entrambi avevamo infatti nel DNA la convinzione di essere nel giusto sempre. Specie quando si parla di baseball.
Questa naturalmente è una premessa pericolosa, perché prima o poi uno dei 2 di solito ritiene di aver più ragione dell’altro.

Bill Holmberg
Questa foto di Corrado Benedetti ritrae Bill nell’ultima sua presenza in campo con gli azzurri

Non credo sia mai successo. Eppure con Bill ho condiviso una marea di tornei. Provo a ricordare a memoria, escludendo quel Mondiale Universitario. Il Mondiale 2007, il Mondiale e il World Baseball Classic 2009, l’Intercontinentale e l’Europeo 2010, il Mondiale 2011, l’Europeo 2012, il Classic 2013, l’Europeo 2014, l’Europeo 2016.

Io e Bill abbiamo fatto chiacchierate infinite. Curiosamente, ci parlavamo in Italiano ma ci scrivevamo in Inglese. Non so cosa pensava Bill del mio Inglese, io ero molto divertito dal suo Italiano. Che era sostanzialmente corretto, ma aveva la caratteristica di tradurre le espressioni idiomatiche in modo letterale. Così Bill non prendeva “2 piccioni con una fava” ma “2 uccelli con un sasso”. Non “toccava ferro” ma “batteva sul legno”. Non “vedeva l’ora”, piuttosto “non poteva aspettare”. E poi c’era quell’intercalare che infilava ovunque: “proprio”.

Molesto come la natura mi ha fatto, avevo preso a inserire un “proprio” in ogni dichiarazione che attribuivo a Bill sul sito FIBS. Non so se non se n’è accorto o se ha fatto finta di niente. Mi piace credere che avesse colto questo lato giocoso, che ad altri sembra irritante, del mio carattere.

Bill era profondamente credente. Ovunque fossimo, scovava una Chiesa Cattolica e non rinunciava alla Messa della domenica. A meno che non si dovesse andare in campo, ovvio. A Stoccarda nel 2010, lui e Mike Piazza mi chiesero l’auto dell’ufficio stampa per andare a Messa. Finirono con l’essere coinvolti in un piccolo incidente, risolto non appena il poliziotto riconobbe Piazza. Cosa che Bill raccontò con un mezzo sorriso. Per come era fatto lui, avrebbe preferito essere multato. In fondo, alla guida c’era lui

Lunedì 9 novembre avevo appena ricevuto una buona notizia e stavo guidando allegro. Mi sono concentrato sullo schermo del telefono, visto che mi era arrivato (ore 16.11) un messaggio da Bill Holmberg su WhatsApp. Il messaggio, in Inglese, non era però di Bill. Diceva (la traduzione è mia) “la famiglia Holmberg ti vuole informare del decesso di Bill Holmberg”.

Sapevo che Bill era malato. Entrato in ospedale per sospetti calcoli alla vescica, gli era stato diagnosticato un tumore al pancreas. Non appena saputa la notizia lo avevo chiamato. Non avevo ricevuto risposta e gli avevo lasciato un messaggio. Chiedevo prudentemente: “Ho saputo che sei in ospedale, spero tutto bene”.
Qualche giorno dopo mi aveva risposto Bill: “Sto bene. Sto facendo una terapia per arrivare a un’operazione. E’ solo un po’ frustrante”.

Gli ho chiesto di tenermi informato. Lui ha confermato che lo avrebbe fatto.
Non lo avrei sentito mai più.

Bill Holmberg ha aiutato il baseball italiano a fare un passo verso il livello superiore. Non avvierò qui un processo di beatificazione, per cui lasciatemi puntualizzare che non è che lo amassero tutti. Qualche scelta gliel’ho contestata anch’io. Però non credo ci sia qualcuno in Italia che possa negare che Bill ha rappresentato il vertice tecnico dello sviluppo dei giocatori nel nostro Paese. E, secondo me, in tutta Europa.

In più, era un mio amico. E mi mancherà terribilmente.

Che la terra ti sia lieve, Big Guy.

Correlato: il ricordo di Alessandro Maestri sul sito FIBS

Tutte le foto sono di Corrado Benedetti per NADOC Media

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2 thoughts on “Il baseball italiano ha perso Bill Holmberg

  1. Gran bella persona e di una disponibilità totale quando in giro anche io per seguire la nazionale gli chiedevo sempre delucidazioni. Mi colpivano il suo rapporto con Mazzieri per il ruolo diverso che assolvevano e poi quello con Mike Piazza. Mancherà alla famiglia, agli amici e a tutto il baseball Italiano. Ciao Bill

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